“Siamo ormai alle ultime battute del 2016, che è stato un anno abbastanza complicato e difficile per tutti noi. Andiamo verso un nuovo anno, che dovrebbe essere ancora una volta un momento di speranza e trasformazione: quando si apre il librone della vita di ognuno di noi, un anno è una pagina bianca da riempire. È per questo che la speranza è sempre alta“. Esordisce così don Fortunato di Noto nella sua consueta lettera di fine anno, con un pensiero rivolto alla piaga sociale che lo vede battersi in prima linea, con la pedofilia che continua a produrre nuovi contenuti – segnalati anche dall’associazione Meter onlus – a un ritmo impressionante.
“Uno potrebbe anche dire che in fondo, dopo trent’anni, a questa roba ci abbia fatto il callo – prosegue il sacerdote – E invece no: continua ad essere lo stesso dolore ogni volta, non ci si abitua mai. Perché dietro ogni singola foto c’è una bambina, c’è un bambino, che vengono violentati e soffrono: soffrono da pochi giorni fino a 12-13 anni per le “voglie” di adulti che vorrebbero “liberarli”. Da che cosa non si sa, ma vogliono liberarli. A me sembra invece vogliano incatenarli, per sempre, in un piccolo e cruento inferno personale distruggendo la loro felicità: la pedofilia lascia ferite che non si rimarginano mai e che basta poco a far sanguinare come la prima volta, segna a vita e non ti abbandona mai. L’ho detto e lo ripeto: si può essere ex carnefici, ma mai ex vittime. E non mi pare di aver mai incontrato un pedofilo realmente pentito di quello che ha fatto: mi hanno sempre detto di essere stati provocati, di essere caduti in trappola per colpa dei bambini. Altri ancora, invece, scrivono liberamente e pubblicano su internet pamphlet nei quali spiegano che in fondo quello che fanno, ossia penetrare un neonato davanti ad una telecamera, sia cultura. Qualcuno vuol far passare anche l’idea che ci sono i ‘pedofili virtuosi’ dove chi li ha in consegna dichiarano di non denunciare i crimini del passato. Le vittime rimarranno veramente sempre vittime. Che tristezza“.
Tante le domande, dalla risposta ovvia. Cultura di che cosa? È cultura la sopraffazione – anche sessuale – del grande sul piccolo, del maggiore sul minore? È cultura lo sfruttamento di bambini sottratti a povere famiglie, comprati e venduti come cuccioli di animale per qualche soldo? È cultura godere di queste immagini e smerciarle? “Se questa è cultura, voglio essere ignorante – conclude don Di Noto – Ma essere ignoranti significa non sapere e quindi tacere. Quindi non voglio tacere, ma alzare la voce e continuare a denunciare queste infamità, queste atroci tragedie. Offrendo speranza e un luogo di accoglienza e di vita rigenerata nell’amore vero. Non mi sono messo in testa di salvare il mondo e quello che faccio ogni giorno lo faccio da solo insieme ai miei volontari. Mi hanno da poco messo a dirigere l’ufficio per le fragilità della Diocesi di Noto, ma non ho fatto carriera: mi hanno solo dato lavoro in più che vorrei condividere con tutti voi. Mi hanno dato un altro palco sul quale salire con un megafono e ubriacarvi di denunce: perché continuerò a denunciare, denunciare, denunciare e gridare a ognuno di voi che un uomo o una donna che violentano e sfruttano un minore non stanno facendo niente di buono per nessuno. E non lo fanno perché sono malati, molto lucidi e determinati, ma criminali. Vi prometto che non mi fermerò, ma chiedo l’aiuto di Dio, che mi dia la forza di un bufalo e mi cospargi di olio splendente, anche nel 2017 farò ancora una volta il mio dovere e di gridare e vivere: lasciate stare i bambini“.
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