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Avola, gli scatti fotografici di Francesco Campisi in mostra a Bruxelles per “Exodus”

"Exodus" il nome dell'esposizione. I protagonisti ritratti sono i ragazzi dello Sprar di Avola

In occasione dei 70 anni dalla Convenzione Internazionale sullo status dei rifugiati, il 28 luglio 1951 a Ginevra, è stata esposta a Bruxelles presso il Mmm (Migratie Museum Migration BXL), rue des Ateliers 17, la mostra fotografica dal titolo: An Endless Flight, (to) Europe.

Tra i protagonisti anche un avolese, Francesco Campisi.

L’Mmm ha scelto esplicitamente di evidenziare la diversità delle migrazioni e di lasciare che questa superdiversità abbia la precedenza sui numeri.

La mostra è stata inaugurata  con la presenza di Sammy Mahdi, Segretario di Stato per l’asilo e la migrazione e si è chiusa pochi giorni fa,

In esposizione due (delle quattro) rotte principali prese dai rifugiati per raggiungere la loro destinazione in Europa: la rotta balcanica, dalla Turchia via mare alla Grecia e poi via terra, e la rotta verso la Libia via mare a sud di Italia e oltre via terra. Alcune di queste persone arrivano a Bruxelles. Alcuni si trasferiscono poi nel Regno Unito.

La mostra si compone di 4 serie di scatti significativi realizzati da fotografi professionisti che hanno vissuto parte di uno di questi percorsi con i profughi: Elio Germani ha accompagnato le persone sulla rotta balcanica; Francesco Campisi ha intervistato e fotografato i rifugiati in un centro di accoglienza siciliano; una terza serie di foto è stata scattata da Virgilio Martini, che ha trascorso del tempo con persone che stavano preparando il passaggio attraverso le montagne per raggiungere la Francia; una quarta serie di foto è stata scattata da Franky Verdickt a Bruxelles, Calais e Dunkerque, completata da alcune foto di Fernand Marechal / Lieven Soete di Zeebrugge.

Le parole di Sammy Mahdi, Secretary of State Asylum & Migration:Penso che questo tipo di mostra sia di fondamentale importanza perché non si parla più di fascicoli e documenti e nomi e anni e così via, ma che ci si confronta con gli occhi di una persona, e siamo quindi costretti, fortunatamente, a pensare a come trattiamo un’altra persona, come trattiamo qualcuno che sta fuggendo dalla persecuzione e come possiamo affrontarla al meglio come società “.

Il progetto Exodus: faces of integration nasce nel 2017 tra maggio e luglio di quell’anno – dice Francesco Campisi – L’idea è nata un po’ per caso e l’occasione è divenuta propizia nel momento in cui mia sorella Psicologa presso il centro SPRAR (Sistema di Protezione Per Richiedenti Asilo e Rifugiati) con sede anche ad Avola (Sr), mi ha proposto di passare a fare un saluto ai ragazzi che vivevano in questo centro.

Dal primo istante nei loro occhi ho visto la sofferenza, il disagio e la paura dei mostri del passato che continuamente riaffiorano a perturbare la loro serenità“.

Un progetto nato quasi per caso, dunque, e tra mille difficoltà.

Non è stato facile convincerli a farsi fotografare, in loro è forte la diffidenza verso l’estraneo, hanno timore di tutto a maggior ragione di un intruso che entra nei loro alloggi e gli chiede che vuole fotografarli. – continua Campisi – Inutile spiegare loro che sono dalla loro parte, che da sempre mi schiero con gli ultimi della terra; ho dovuto in contrarli più volte, entrare nelle loro grazie, farli sorridere e mangiare di tanto in tanto un gelato tutti insieme. Non è stato semplice, ma alla fine, quasi come un gioco, si sono lasciati andare. Una volta ottenuta anche l’autorizzazione del centro e firmate le liberatorie siamo riusciti a fare i primi scatti.

Inizialmente erano rigidi, con il tempo si sono lasciati andare e sono riuscito ad ottenere quello che cercavo“.

Ne è nata una serie di scatti suggestivi in bianco e nero. “Per me il bianco e nero è un’astrazione, è un modo di concentrarmi, di non distogliere la mia attenzione da quello che è il vero oggetto del mio interesse” prosegue Campisi.

Il progetto Exodus prevede 9 (di 8 sono presenti delle didascalie riportanti le loro dichiarazioni per il Riconoscimento della Protezione Internazionale) stampe fotografiche in bianco e nero formato 60*40 cm ed il supporto fotografico è una carta fotografica professionale baritata.

Per tutelare la privacy di questi ragazzi, ogni foto è stata identificata con un numero (Exdosus 1#, Exodus 2# ecc) e ad ogni numero la didascalia corrispondente; la scelta non è casuale ma ponderata.  “Il tutto simboleggia l’idea che molti di noi civilizzati abbiamo di loro, ovvero dei semplici numeri! Vengono menzionati a centinaia durante le sciagure in mare o durante gli sbarchi di fortuna. Numeri destinati a restare numeri senza il peso delle vite che scorrono alle loro spalle” conclude Campisi.


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