Cinquant’anni dai “fatti di Avola”. Onofrio Rota (Fai Cisl): “tragedia scolpita nella memoria collettiva”

Dopo gli scontri rimasero uccisi sull'asfalto Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, di Avola e Angelo Sigona, di ventinove, di Cassibile

Cinquant’anni dai fatti di Avola. Cinquant’anni da quel 2 dicembre 1968, quando a causa di un’ondata di scioperi, organizzati dai lavoratori agricoli di Avola e provincia per l’eliminazione delle “gabbie salariali”, del “caporalato”, e l’istituzione della Commissione Sindacale per il Controllo del Collocamento della manodopera, fu attuato dai lavoratori agricoli un blocco stradale (il blocco fu effettuato sulla S.S. 115 che consentiva sia allora che oggi l’entrata e l’uscita di Avola) che provocò l’intervento delle forze dell’ordine.

La polizia ordinò ai manifestanti di liberare la strada ma al loro rifiuto scoppiò una rivolta. La polizia cominciò a sparare ad altezza d’uomo così che uccise due persone e ne ferì quarantotto, di cui cinque in modo grave. Gli scontri (da un lato la polizia armata di mitra e pistole, dall’altro i manifestanti con pietre che venivano staccate dai muretti ai bordi della strada) furono brevi, ma molto violenti.

Dopo questi fatti la trattativa venne rapidamente conclusa, seppur al prezzo di vite umane. I tragici avvenimenti di quei giorni fecero da scintilla ad alcune rivolte studentesche ed operaie sfociate nelle settimane successive su tutto il territorio nazionale, nell’ambito dei movimenti di massa del 68. Dopo gli scontri rimasero uccisi sull’asfalto Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, di Avola e Angelo Sigona, di ventinove, di Cassibile. Il deputato del PCI Antonino Piscitello, che si trovava sul posto al momento degli scontri, raccolse oltre due chili di bossoli.

È una tragedia scolpita nella memoria collettiva, quella di Avola – afferma Onofrio Rota, segretario generale Fai Cisl -. Parla al cuore di tutti noi, giovani e meno giovani, siciliani e non. L’uccisione di Angelo Sigona, 25 anni, e Giuseppe Scibilia, 46 anni, entrambi iscritti alla Cisl, colpì l’opinione pubblica perché svelò drasticamente le condizioni di lavoro di tanti italiani.

“Due vite per un contratto”, titolò in prima pagina Conquiste del Lavoro; l’incipit dell’editoriale di allora descrive bene l’aria che si respirava: “Ancora una volta il sangue dei lavoratori è stato sparso per ottenere migliori e più dignitose condizioni di vita e di lavoro”.

Ma cosa chiedevano quei braccianti? Dignità, semplicemente. Le richieste dei lavoratori erano l’abolizione delle discriminazioni salariali tra territori, la parificazione dell’orario di lavoro fra zone, aumenti salariali, rinnovo del contratto, applicazione delle norme. A 50 anni di distanza sembra incredibile l’attualità di alcune rivendicazioni. Certo il mondo del lavoro è cambiato. Ed è cambiata l’agricoltura. Eppure i conti non tornano. I responsabili di quel massacro sono rimasti impuniti. Ancora oggi, molti mestieri del settore rimangono tra i meno retribuiti. Gli irregolari sono circa 220 mila, e in alcune aree raggiungono il 50% della manodopera. E si fa fatica a estirpare il caporalato, nonostante le tante campagne, come la nostra Sos Caporalato, e il funzionamento di una buona legge, la 199/2016.

La notizia positiva di quest’anno – prosegue – è stata senz’altro il rinnovo del contratto nazionale degli operai agricoli e florovivaisti. Mentre la cattiva notizia è stata l’ampliamento dell’utilizzo dei voucher nel lavoro agricolo: una forzatura priva di senso che, temiamo, potrà favorire le aziende che vogliono utilizzare lavoro nero. Vigileremo. Di certo, non accetteremo più che si muoia per sfruttamento, perché si viaggia stipati nei furgoni dei caporali, oppure perché si vive in uno degli 80 ghetti d’Italia.

“Dichiariamo guerra al caporalato”, ci ha detto il Ministro Di Maio quando, dopo i 16 morti di agosto nel foggiano, ha deciso di incontrarci. Noi ci siamo. C’eravamo prima, quando anni e anni di battaglie hanno condotto a tante conquiste di civiltà, e ci siamo oggi, che incalziamo il Governo affinché realizzi quanto promesso sul Tavolo triennale contro il caporalato. In questo Tavolo, però, non vorremmo essere semplici uditori. Semplicemente perché il presidio del territorio che il sindacato è in grado di portare avanti, nessun altro soggetto potrà mai garantirlo.

È anche questa, a ben vedere, la lezione di Avola. A qualificare il lavoro, a disinnescare la rabbia e i rigurgiti violenti, non saranno le parole retoriche della disintermediazione, ma i corpi sociali che sanno fare il proprio mestiere: contrattare migliori condizioni di lavoro, negoziare con strumenti che mettano in relazione tutele e produttività, coltivare il confronto e la partecipazione per fare da collante in una società sottoposta continuamente a ingiustizie e lacerazioni. Fondamentale l’impegno di tutti: sindacati, imprese, istituzioni. Perché la qualità del lavoro sappia garantire, davvero, l’autonomia della persona, la sua inclusione, la sua crescita umana e professionale.”


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