Avola, indagati 5 agenti di Polizia per il suicidio di un ventisettenne

Abuso di potere, lesioni personali e omissione d’atti d’ufficio. Sono le accuse rivolte ai 5 agenti in seguito al suicidio avvenuto il 18 giugno dello scorso anno in contrada Bochini

Abuso di potere, lesioni personali e omissione d’atti d’ufficio. Sono le accuse rivolte a 5 agenti del commissariato di Avola iscritti nel registro degli indagati in seguito al suicidio di Sebastiano Caruso, ventisettenne di Avola, che si è impiccato il 18 giugno dello scorso anno in contrada Bochini.

La Procura della Repubblica di Siracusa ha aperto un’inchiesta ritenendo valide le dichiarazioni del giovane suicida riportate su due lettere indirizzate alla famiglia e alla fidanzata e redatte poco prima di togliersi la vita. Nelle missive Caruso si scusava per il suo gesto e ne spiegava le ragioni, che sarebbero da ricondurre all’umiliazione subita in seguito all’incontro con i 5 agenti di Polizia la sera dell’11 giugno, mentre era con la fidanzata. In base alla ricostruzione fornita ai familiari, il ventisettenne avrebbe accostato la macchina per scendere a fare pipì. Non essendoci nelle vicinanze locali pubblici, il giovane si sarebbe appartato fra i cespugli e proprio in quel momento si sarebbe avvicinata un’auto della Polizia con a bordo uno dei 5 indagati, che sarebbe sceso e lo avrebbe rimproverato. Il giovane, ritenendo eccessivamente pesanti le parole del poliziotto, avrebbe risposto per le rime suscitando le ire dell’agente che lo avrebbe quindi perquisito, senza alcun motivo, e poi malmenato. Il ragazzo, a quel punto, sarebbe stato ammanettato e condotto in commissariato, dove sarebbe stato trattenuto senza un valido motivo per diverse ore. Su sua richiesta, poi, sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale Di Maria per essere visitato. Il giovane, infatti, lamentava dolori al corpo dovuti alle botte prese poco prima dai poliziotti. I medici, in effetti, hanno riscontrato una contusione alla mano destra e delle ferite lacero contuse. Sembra, inoltre, che le manette siano rimaste serrate ai suoi polsi per tutta la durata della visita medica, cosa che, però, non risulterebbe su alcun verbale, così come non sarebbe stato messo a verbale il nome del poliziotto accusato da Caruso davanti ai sanitari.

Il rilascio sarebbe avvenuto alle 5 del mattino seguente e solo dopo le scuse di Caruso a tutti i poliziotti presenti in commissariato.

Una volta a casa il ventisettenne avrebbe raccontato tutto ai genitori e al fratello i quali, il giorno dopo, si sono recati in commissariato per delle spiegazioni ma ne sono usciti senza risposte e con una denuncia a piede libero per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.

Subito dopo il giovane si è rivolto a un legale per avere fatta giustizia, salvo poi decidere di ritirare le accuse, poche ore prima di togliersi la vita.

Le accuse nei confronti di 2 dei 5 poliziotti sono di abuso di potere, per avere effettuato una perquisizione personale, senza alcun presupposto giuridico sia nei confronti di Caruso, che della fidanzata; e di lesioni personali. Gli altri 3 agenti, invece, sono accusati di omissione in atti d’ufficio in quanto, dopo aver ammanettato e trattenuto per circa tre ore Caruso, avrebbero omesso di redigere il verbale di arresto e di riferire le informazioni di legge relative ai suoi diritti al giovane, nonché di comunicare la notizia al Pubblico Ministero di turno nei termini previsti per legge e di porre l’arrestato a sua disposizione, limitandosi a una mera annotazione di servizio indirizzata al loro dirigente.

Per l’umiliazione provata in quelle ore Caruso avrebbe deciso di togliersi la vita, portandosi dentro, fino al momento della morte un profondo disprezzo verso gli agenti, tanto da chiedere, nelle lettere ai familiari, di non permettere ad alcun poliziotto di partecipare al proprio funerale.

Sul luogo del suicidio erano arrivati i Carabinieri che avevano immediatamente informato il Pubblico Ministero Giancarlo Longo, il quale aveva disposto l’autopsia. L’indagine era stata poi affidata al procuratore aggiunto Fabio Scavone, che, ritenendo sussistenti le accuse mosse nei confronti degli agenti, ha deciso di procedere e adesso sta per chiederne il rinvio a giudizio.

 


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